Vitina Maioriello, autrice del romanzo autobiografico Tramonto, buio, luce, ha accettato di rilasciarci un'intervista sulla sua opera di scrittrice e di portabandiera dei diritti dei disabili motori.
Quando ha sentito l´esigenza di scrivere un romanzo?
Dopo alcuni anni dal mio incidente ho pensato di scrivere alcune righe, un qualcosa che un giorno avrei voluto far leggere a qualcuno, perché pensavo che le esperienze di vita che mi portavo dietro, dovute al mio incidente soprattutto, avrebbero potuto sia aiutare chi come me si trova ad affrontare simili situazioni sia essere di aiuto anche a chi la forza per continuare a vivere la stava perdendo o l’aveva persa. In fondo l’arrivo di una disgrazia che ti porta delle limitazioni fisiche è sicuramente qualcosa che lascia spiazzati: tanto la vittima quanto le persone che le stanno vicino non sempre riescono ad avere la forza di sopportare questo peso.
La genesi del romanzo è stata particolarmente difficile?
Inizialmente la voglia di scrivere un libro era legata soprattutto al fatto di lanciare dei messaggi a chi come me affronta il problema della disabilità e magari si ritrova a vivere dei momenti di crisi interiore a causa dell’ambiente che lo circonda o perché non ha mai accettato il fatto di non poter fare più certe cose. Poi, pagina dopo pagina, mi sono accorta che in realtà il mio libro lo volevo indirizzare ad una fascia di lettori molto più ampia, a trecentosessanta gradi, perché tutti nella vita possiamo trovarci a vivere situazioni di amicizia, amori, o qualcos’altro indipendente dall’essere disabile o meno. Ad esempio una delusione d’amore, di un amico la possiamo ricevere tutti.
Io ho scritto anche di questo descrivendo come ho avuto la forza di superare certi momenti di delusione e cercando di suggerire che bisogna sempre rimanere sereni perché nessuno ha il diritto di toglierci un sorriso.
Pensa che la lettura di questo libro possa aiutare le persone?
Sì: la prova me la stanno dando già gli stessi lettori. Alcuni mi hanno scritto, altri rintracciato telefonicamente per dirmi grazie, perché dalle mie parole erano riusciti ad acquistare una dose di coraggio e di serenità che fino a quel momento avevano perso. Altre persone mi hanno detto che il mio libro è un insegnamento di vita. Altri ancora mi hanno detto che grazie alla lettura del mio libro hanno provato quasi un senso di vergogna perché la loro vita frenetica, cosa che oramai accomuna un po’ tutte le persone, le aveva allontanate dai reali valori della vita.
Tante volte si guarda alle cose materiali ma forse non ci si rende conto che quanto riempie di gioia e di soddisfazione è ben altro.
Cosa consiglia a chi sta vivendo momenti bui come quelli descritti nel suo libro?
Tutte le persone secondo me nel loro piccolo vivono momenti bui. Chi più chi meno, nessuno riesce più ad avere una vita tranquilla. A queste persone vorrei solo dire di non mollare mai e di avere sempre, anche quando si pensa di non potercela fare più, la forza di lottare perché il sacrificio più grande porta sempre al raggiungimento della serenità, della luce come la chiamo io.
Che ruolo ha avuto la sua famiglia nella sua vita?
La mia famiglia nella mia vita, nella mia crescita, ha avuto un ruolo fondamentale: è stato come un vero pilastro al quale potevo appoggiarmi ogni volta che ne avevo bisogno. I miei genitori non hanno mai visto la mia disabilità come un qualcosa che mi rendesse inferiore agli altri, sono stati sempre orgogliosi delle cose che facevo e dei progetti che riuscivo a realizzare con le mie forze.
Come l´hanno aiutata?
Mi hanno aiutato sicuramente standomi vicino e facendomi sentire la loro presenza anche se ho sempre cercato, per via del mio carattere, di fare sempre tutto con le mie forze e la mia volontà.
La sua è una storia piena di sofferenze, ma alla luce di tutte le esperienze positive di cui ha scritto nel suo libro, come valuta ciò che le è successo?
Il mio incidente è stato sicuramente un fatto negativo che ha completamente stravolto la mia esistenza, la mia vita, ma a volte penso che forse se questo non fosse accaduto tante cose non le avrei fatte, tante persone meravigliose non le avrei conosciute, tante esperienze non le avrei vissute.
Forse non mi sarei ritrovata nemmeno la maturità che mi ritrovo oggi sicuramente dovuta anche alle esperienze vissute così prematuramente: non è facile a soli sei anni ritrovarsi su una sedia a rotelle e decidere cosa fare della propria vita. Io all’epoca decisi di rimboccarmi le maniche e di costruirmi una nuova strada che non andava a chiudere quella precedente (perché gli anni vissuti fino a quel giorno, con tutti i miei ricordi, nessuno avrebbe potuto portarmeli via) ma che semplicemente la prolungava con un cammino un po' più tortuoso.
Da quel tragico incidente si è sempre prefissa traguardi importanti e li ha sempre raggiunti con successo, grazie alla sua determinazione. Ora quali sono i suoi prossimi obiettivi?
Nel corso degli anni mi sono prefissa diversi traguardi: alcuni li ho raggiunti con successo, altri purtroppo no, altri ancora sono sospesi, nella speranza che un giorno possano diventare realtà. Tra questi, intensificare la mia attività giornalistica con la speranza di poter trasformare la mia passione in un lavoro a tempo pieno:mi piacerebbe collaborare con qualche testata, curare qualche rubrica, insomma cose che possano essere utili agli altri e gratificanti per me.
Ora sono iscritta alla facoltà di Scienze del Servizio Sociale perché vorrei diventare assistente sociale e continuare a dare una mano a chi ne ha bisogno e vive situazioni di disagio…
Nella sua vita si è scontrata con diversi problemi sociali (l'ignoranza di molte persone) e architettonici (barriere); secondo lei come si potrebbero sensibilizzare le persone in merito a questi argomenti?
Alle persone cosiddette ignoranti vorrei dire di abbattere i pregiudizi mentali che hanno e di non sentirsi superiori a chi magari ha un deficit fisico: quello che conta nella vita è avere un cervello funzionante che permetta di realizzare i propri progetti. Tante persone, ad esempio, hanno le gambe ma non riescono ad arrivare in nessun posto perché il loro cervello, la loro intelligenza, non lo permette loro.
Per quanto riguarda le barriere architettoniche purtroppo c’è ancora tanto da fare: le personalità preposte, le autorità competenti non riescono a capire cosa vuol dire per un disabile non poter accedere liberamente a un ufficio, un qualsiasi servizio. Forse per un giorno dovrebbero alzarsi dalle loro poltrone e sedersi su una carrozzina: solo così potranno toccare con mano e rendersi conto di cosa effettivamente è necessario fare per poter abbattere una volta per tutte queste barriere.
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