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Interviste - Pisana Collodi: elaborare il lutto
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Articolo tratto dalla rivista Punto d'Incontro
La psicologa: "Dopo l'incidente si è increduli. Poi si accetta. Ma con tanta rabbia".

«Il trauma causato da un incidente è come un lutto. Per superarlo bisogna elaborarlo». Pisana Collodi è una psicologa, consulente presso il Centro per l’Autonomia di Roma. Lavora da sei anni con persone para e tetraplegiche.

Se è così, dottoressa, come si fa a elaborare il lutto?
«Si deve passare attraverso quattro fasi naturali. La prima fase, che può durare anche anni, è quella dell’incredulità. Non ci si riesce a capacitare di quello che è avvenuto. Poi si passa alla fase della ricerca. Dei viaggi della speranza e dei rimpianti. Quando ci si comincia a render conto di quello che è accaduto si arriva al momento della rabbia. E’ importante provarla, anche se spesso i genitori o le persone che ti stanno accanto non riescono a gestirla. La rifiutano, ne hanno paura. Infine si arriva alla fase della rassegnazione. Che non vuol dire depressione. Le persone accettano, capiscono, se ne fanno una ragione. E cominciano a reinvestire su se stesse».

Come ci si accorge di aver completato il percorso?
«Ci si affeziona a qualcuno, ci si innamora. Si ricomincia a provare emozioni. Spesso anche la politica, intesa nel senso più nobile del termine, può essere di grande aiuto. Ci si rende conto che nella nuova condizione di persone disabili si subiscono tanti pregiudizi, si devono affrontare tanti ostacoli, superare tante barriere. E’ così che avviene il risveglio della coscienza».

Non deve essere facile.
«No, non lo è affatto. Si passano momenti di grande sconforto come, ad esempio, quando si ricomincia ad uscire di casa, seduti sulla carrozzina. Spesso si prova vergogna. E quando non si riesce a superarla, quando la vergogna resta dentro, allora si trasforma in auto-disprezzo. Ma se invece si riesce ad abbatterla, ecco che diventa desiderio di cambiare il mondo. E si ricomincia a costruire».

Quanto passa, mediamente, dall’incidente al ritorno alla vita?
«Direi due anni, anche se ogni caso ha storia a sé. E molto dipende dal contesto familiare e sociale in cui si vive, oltrechè dal carattere che si ha».

Carattere, contesto sociale: quali sono i requisiti necessari per raggiungere in pieno l’autonomia e l’indipendenza?
«Per me la cosa che conta di più è la propensione a confrontarsi con l’esterno. Se questo tipo di eventi capitano in una famiglia chiusa, è una tragedia. Sono le famiglie più aperte che aiutano meglio la persona a riprendersi».

Succede che ci si senta in colpa, per un incidente che poteva essere evitato?
«Sì, molto spesso. E la cosa sicuramente non aiuta. Come pure accade, quando la responsabilità della lesione è del medico, che ci si accanisca verso l’esterno e che si provi odio verso il mondo intero».

Nella sua esperienza, quanti sono quelli che ce la fanno?
«Impossibile fare statistiche. Ma in sei anni ho capito, ad esempio, che molto dipende dall’età in cui avviene l’incidente e dal contesto sociale in cui si vive. Un adolescente senza progetto scolastico rischia di fare la carriera dell’ handicappato. Un universitario o un uomo che lavora riesce più spesso a rifarsi una vita».

M.P.

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