Non lasciatevi soli: un titolo che è già un suggerimento, una invocazione. Abbandonarsi alle angosce e alla disperazione per ritirarsi in un deserto solitario è una via di fuga facile da prendere quando la vita ci assale con le sue difficoltà, indipendentemente dalle capacità fisiche di ognuno: la fragilità emotiva dovuta all'età, agli stress o alla malattia può condizionare al punto da rendere difficile, se non impossibile, comunicare con gli altri e - talvolta - addirittura con se stessi.
Può diventare complicato anche avere di sè e della propria situazione un'idea chiara, coerente con la realtà: la solitudine interiore è una lente che distorce tutto, fino al punto di renderci insensibili verso noi stessi. Fino al punto di fare male agli altri e a noi. Fino a pensare a gesti estremi per porre fine a tanta solitudine.
Nel suo romanzo Cristian Baccano descrive esattamente questa condizione e ha il merito di farlo con totale immediatezza espressiva e notevole uso degli strumenti narrativi: passato e presente si alternano, si mischiano, si specchiano l'uno nell'altro rimandando immagini diverse del medesimo soggetto. D'altronde l'autore non regala sconti: le cose sono chiamate col loro nome, senza edulcorazioni. Le scelte, le sfide, sono palesi: non ci si può nascondere.
Anche il lettore, agganciato alla storia dalla capacità narrativa di Baccano, finisce per immedesimarsi e per dover rispondere, una volta arrivato alle ultime pagine, a una domanda che tormenta tante coscienze: c'è un motivo per vivere?